Io e un cassiere del negozio degli Uffizi di Firenze siamo gli unici in Italia (e quindi anche nel resto del pianeta) a possedere la traduzione in italiano del Decamerone di Boccaccio a cura di Alberto Cristofori.
Ma è già in italiano! Direte voi.
Ma grazie al ca...Risponderò io. Lo so perfettamente che è in italiano, ma è un italiano del 1300.
Magari io e il buon venditore degli Uffici non siamo gli unici, e magari se contiamo lo scrittore (non Boccaccio evidentemente, ma Cristofori) e qualche suo parente (sempre di Cristofori), forse arriviamo a cinque, ma non è questo il punto.
Il punto è che quando sono stato agli Uffizi e sono passato obbligatoriamente dal negozio (mi rifiuto di dire "store" in nome di un'anglofobia contratta in età giovanile e mai guarita), mentre scorrevo con occhio stanco i titoli presenti nella libreria (stanco perché gli Uffici sono grandi, c'è gente, e ci si stanca), mi è apparso questo splendido volume edito da La Nave di Teseo del 2025: Decamerone in italiano contemporaneo.
Qualche tempo fa era uscito qualcosa di simile, curato da Aldo Busi, ma non è la stessa cosa. Da quel poco che ho letto in giro, quello era più un adattamento all' epoca moderna ad uso e consumo dei "ggiovani" (con due g).
Questo è un' altra cosa: è una traduzione fedele da una lingua all'altra, da fiorentino trecentesco a italiano del 2000 (che rispetta la sintassi e la semantica originale e quindi mantenendo inalterato il messaggio originale).
E bisogna rendere i giusti onori ad A.Cristofori per averlo fatto. Grazie!
Vabbè.
L' ho subito preso in mano e subito ho percepito la polvere sulla copertina (grandi vendite...). Mi sono recato in cassa e il buon uomo li al mio servizio si è complimentato per l'acquisto, perché anche lui ne ha una copia che ogni tanto rilegge (eh, in Italia siamo in due...).
Ora, direte voi, che il suo entusiasmo era motivato dall' aver venduto un testo che nessuno compera. No! Dico io. Il suo entusiasmo era onesto e sincero.
Ma non è questo il punto.
Il vero nocciolo della questione, per quanto mi riguarda, è un altro e riguarda la novella di Andreuccio da Perugia.
Senza spoilerare: Andreuccio è un tipo che deve commerciare in cavalli. Va a Napoli per partecipare ad una fiera ma siccome è un po' fesso non si cura di non mettere in bella mostra i soldi che ha. Così attira l' attenzione di una giovane donna siciliana che inizia ad architettare un piano per mettere le mani sui beni di Andreuccio.
E ora arriva il nocciolo.
La giovane donna si accompagna ad una vecchia siciliana che appena vede Andreuccio gli corre incontro e lo abbraccia e lo bacia. E lui "conosciutala" (come scritto nel testo originale del 1300), a sua volta la saluta e l' abbraccia. Poi i due si separano e ovviamente la giovane disonesta di prima, incuriosita da quanto ha visto va subito a chiedere alla vecchia chi sia quel tipo. E la vecchia spiffera tutto su Andreuccio perché lo conosce bene.
Bene. Cosa è successo?
Non siamo ancora arrivati al nocciolo.
No, ma ci siamo quasi, è successo questo: la vecchia conosce Andreuccio perché è stata la servitrice di suo padre che ha vissuto in Sicilia e poi a Perugia e quindi il buon Andreuccio, quando la vede, "riconosciutala", le rende i giusti omaggi.
Insomma il "conosciutala" del 1300 si traduce con il "riconosciutala" del 2000. Se no come farebbe la vecchia ad andare da Andreuccio e fingere di essere sua conoscente e soprattutto come farebbe costui a rispondere al saluto altrettanto affettuosamente? E' ovvio che i due si sono già incontrati prima e così, la giovane disonesta, ha gioco facile a carpire dall'amica anziana le informazioni che le servono per turlupinare il povero protagonista.
Capite? Capite?!?
No. Ovviamente.
Allora facciamo un passo indietro di molti anni.
Tanto tempo fa, in un'epoca in cui Internet non era ancora diffusa tra le genti volgari, un giovane Filippuz frequentava la terza superiore di un orribile liceo privato della sua città e durante l'ora di Letteratura Italiana, in cui si stava discutendo con la prof. di italiano della novella di Andreuccio da Perugia, scritta da Boccaccio nell'italiano del 1300, un imberbe compagno di classe del nostro eroe, imberbe, arrogante e soprattutto ignorante, sentenziava che la vecchia avesse "conosciuto" in quel momento Andreuccio mentre il povero Filippuz esponeva la tesi contraria (giusta, perdio!)
Non è possibile che la vecchia "facesse la conoscenza" di Andreuccio in quel momento, cercava di spiegare il giusto Filippuz, sarebbe contro la logica (contro il senso comune) e contro il senso della storia e della lingua italiana del 1300, visto che "conoscere" in quella lingua significa "riconoscere".
No, sentenziava il malvagio oppositore (l'ignorante-arrogante): la vecchia conosce Andreuccio in quel momento e si fa raccontare la sua storia, così la racconta alla giovane che così può fregare Andreuccio.
E tutto questo avveniva davanti agli occhi silenziosi della prof. di italiano che, peccatrice di accidia, non faceva nulla affinché il bene (la tesi di Filippuz) trionfasse sul male.
Perché? Io lo so ma non lo dico. Lo scrivo in segreto...
Alla fine l'onesto e giusto Filippuz ebbe la peggio e la tesi sbagliata venne accolta come verità.
Ebbene, questo triste episodio rimasto a lungo sepolto nella mente tormentata di Filippuz è riemerso in questi giorni proprio nella lettura della novella e grazie alla mirabile edizione di questo testo, che risolve definitivamente la controversia (come se ce ne fosse bisogno...), la verità è restituita alla Storia.
Comunque, se all'epoca avessimo avuto il libro di Cristofori la giustizia avrebbe prevalso subito.
Arrivederci.
p.s.
Lo dico ma non lo scrivo...
(il villano oppositore era nipote del preside)