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giovedì 29 ottobre 2026

Andreuccio da Perugia nel Decamerone a cura di A. Cristofori (La nave di Teseo, 2025)

Io e un cassiere del negozio degli Uffizi di Firenze siamo gli unici in Italia (e quindi anche nel resto del pianeta) a possedere la traduzione in italiano del Decamerone di Boccaccio a cura di Alberto Cristofori.

Ma è già in italiano! Direte voi. 

Ma grazie al ca...Risponderò io. Lo so perfettamente che è in italiano, ma è un italiano del 1300.

Magari io e il buon venditore degli Uffici non siamo gli unici, e magari se contiamo lo scrittore (non Boccaccio evidentemente, ma Cristofori) e qualche suo parente (sempre di Cristofori), forse arriviamo a cinque, ma non è questo il punto. 

Il punto è che quando sono stato agli Uffizi e sono passato obbligatoriamente dal negozio (mi rifiuto di dire "store" in nome di un'anglofobia contratta in età giovanile e mai guarita), mentre scorrevo con occhio stanco i titoli presenti nella libreria (stanco perché gli Uffici sono grandi, c'è gente, e ci si stanca), mi è apparso questo splendido volume edito da La Nave di Teseo del 2025: Decamerone in italiano contemporaneo.

Qualche tempo fa era uscito qualcosa di simile, curato da Aldo Busi, ma non è la stessa cosa. Da quel poco che ho letto in giro, quello era più un adattamento all' epoca moderna ad uso e consumo dei "ggiovani" (con due g).

Questo è un' altra cosa: è una traduzione fedele da una lingua all'altra, da fiorentino trecentesco a italiano del 2000 (che rispetta la sintassi e la semantica originale e quindi mantenendo inalterato il messaggio originale).

E bisogna rendere i giusti onori ad A.Cristofori per averlo fatto. Grazie!

Vabbè.

L' ho subito preso in mano e subito ho percepito la polvere sulla copertina (grandi vendite...). Mi sono recato in cassa e il buon uomo li al mio servizio si è complimentato per l'acquisto, perché anche lui ne ha una copia che ogni tanto rilegge (eh, in Italia siamo in due...).

Ora, direte voi, che il suo entusiasmo era motivato dall' aver venduto un testo che nessuno compera. No! Dico io. Il suo entusiasmo era onesto e sincero.

Ma non è questo il punto.

Il vero nocciolo della questione, per quanto mi riguarda, è un altro e riguarda la novella di Andreuccio da Perugia.

Senza spoilerare: Andreuccio è un tipo che deve commerciare in cavalli. Va a Napoli per partecipare ad una fiera ma siccome è un po' fesso non si cura di non mettere in bella mostra i soldi che ha. Così attira l' attenzione di una giovane donna siciliana che inizia ad architettare un piano per mettere le mani sui beni di Andreuccio. 

E ora arriva il nocciolo.

La giovane donna si accompagna ad una vecchia siciliana che appena vede Andreuccio gli corre incontro e lo abbraccia e lo bacia. E lui "conosciutala" (come scritto nel testo originale del 1300), a sua volta la saluta e l' abbraccia. Poi i due si separano e ovviamente la giovane disonesta di prima, incuriosita da quanto ha visto va subito a chiedere alla vecchia chi sia quel tipo. E la vecchia spiffera tutto su Andreuccio perché lo conosce bene.

Bene. Cosa è successo? 

Non siamo ancora arrivati al nocciolo. 

No, ma ci siamo quasi, è successo questo: la vecchia conosce Andreuccio perché è stata la servitrice di suo padre che ha vissuto in Sicilia e poi a Perugia e quindi il buon Andreuccio, quando la vede, "riconosciutala", le rende i giusti omaggi. 

Insomma il "conosciutala" del 1300 si traduce con il "riconosciutala" del 2000. Se no come farebbe la vecchia ad andare da Andreuccio e fingere di essere sua conoscente e soprattutto come farebbe costui a rispondere al saluto altrettanto affettuosamente? E' ovvio che i due si sono già incontrati prima e così, la giovane disonesta, ha gioco facile a carpire dall'amica anziana le informazioni che le servono per turlupinare il povero protagonista. 

Capite? Capite?!? 

No. Ovviamente. 

Allora facciamo un passo indietro di molti anni. 

Tanto tempo fa, in un'epoca in cui Internet non era ancora diffusa tra le genti volgari, un giovane Filippuz frequentava la terza superiore di un orribile liceo privato della sua città e durante l'ora di Letteratura Italiana, in cui si stava discutendo con la prof. di italiano della novella di Andreuccio da Perugia, scritta da Boccaccio nell'italiano del 1300, un imberbe compagno di classe del nostro eroe, imberbe, arrogante e soprattutto ignorante, sentenziava che la vecchia avesse "conosciuto" in quel momento Andreuccio mentre il povero Filippuz esponeva la tesi contraria (giusta, perdio!)

Non è possibile che la vecchia "facesse la conoscenza" di Andreuccio in quel momento, cercava di spiegare il giusto Filippuz, sarebbe contro la logica (contro il senso comune) e contro il senso della storia e della lingua italiana del 1300, visto che "conoscere" in quella lingua significa "riconoscere".

No, sentenziava il malvagio oppositore (l'ignorante-arrogante): la vecchia conosce Andreuccio in quel momento e si fa raccontare la sua storia, così la racconta alla giovane che così può fregare Andreuccio. 

E tutto questo avveniva davanti agli occhi silenziosi della prof. di italiano che, peccatrice di accidia, non faceva nulla affinché il bene (la tesi di Filippuz) trionfasse sul male. 

Perché? Io lo so ma non lo dico. Lo scrivo in segreto...

Alla fine l'onesto e giusto Filippuz ebbe la peggio e la tesi sbagliata venne accolta come verità.

Ebbene, questo triste episodio rimasto a lungo sepolto nella mente tormentata di Filippuz è riemerso in questi giorni proprio nella lettura della novella e grazie alla mirabile edizione di questo testo, che risolve definitivamente la controversia (come se ce ne fosse bisogno...), la verità è restituita alla Storia. 

Comunque, se all'epoca avessimo avuto il libro di Cristofori la giustizia avrebbe prevalso subito.

Arrivederci. 

p.s.

Lo dico ma non lo scrivo...







(il villano oppositore era nipote del preside)


martedì 27 ottobre 2026

Je so' pazzo di Prosatore (2006)

 Appena visto il trailer di questo film, al cinema quest'estate, ho pensato: "Cavolo, questo sì che mi piacerebbe vederlo." E oggi grazie alla promozione di uno degli ultimi cinema sopravvissuti nella mia città che lo ha proiettato a 4 euro, ho potuto vederlo. 

Quindi, intendiamoci, si tratta di impressioni "molto a caldo".

Il trailer ingolosiva. Per la potenza, la rabbia, la sequenza ben congegnata delle immagini e, ovvio in questo caso, della colonna sonora (...Je so' pazzo...)

E' stato all'altezza delle mie aspettative? 

Sì, lo è stato. 

Ma non posso dire che sia tutto perfetto. 

Ottima la regia, ottima la messa in scena (avrei messo più immagini di archivio, o di repertorio come si suol dire, ma la scelta dipende dalla volontà del regista, del montatore e forse dei soldini a disposizione...ma comunque...).

Buoni gli attori anche se non tutti hanno avuto una parte rilevante (e qui c'è una prima pecca, ma anche qui è una scelta dello sceneggiatore: che ruolo hanno i personaggi in questa storia? Che ruolo hanno avuto nella vita di Pino Daniele?)

Forse tra gli attori è proprio Caiazzo sul quale sospendo il giudizio. E non che non sia bravo. Anzi, secondo me è un emergente di tutto rispetto. Ma tiene per tutto il film quella espressione furbesca (da vero "figlio di...", per intenderci), che non so se il vero Pino Daniele aveva o no. Boh. 

Il fatto è che ogni biopic corre un rischio. Quello di cristallizzare nella memoria collettiva un'idea di una persona che 99 volte su 100 non c'è più. Quindi il rischio è quello di sovrascrivere nella memoria di ognuno un'immagine che non è detto che sia stata reale. 

Allora ci sono due strade: o si cerca la rappresentazione pedissequa di un'esistenza e allora siamo alla biografia tout court, e allora sì che bisogna essere molto fedeli alla storia "vera" di una persona, o si svariona completamente e si devia prendendo la tangente verso qualcos'altro per cui il biopic non è più tale ma diventa una storia a sé stante (almeno a me aveva fatto questo effetto l'ultimo film su Elvis ). 

Dove siamo qui? Io direi più sulla prima. E' ovvio però che qualcosa devi tirar fuori dalla vita di una persona, che so, un conflitto, se no è tutto scialbo. 

In questa storia il conflitto c'è o meglio ce ne sono due o forse anche tre, solo che solo il primo ha spazio: quello con il padre. 

Sullo sfondo il conflitto con la città che Daniele non ha voluto rappresentare come una cartolina ma avrebbe cercato di rappresentare realmente. Ma è stato davvero così nella realtà? Ammetto di non essere in grado di dirlo. 

E poi il conflitto con chi lo circondava, in primis i famigliari (la moglie), gli amici e la band. Ma anche qui è un po' tutto sfumato, secondo me, e non sappiamo quanto ci sia di vero e quanto sia romanzato. 

E qui torniamo al problema originario del biopic e delle scelte che un regista/autore deve fare per forza. 

Se devo consigliare questo film o no, direi di sì. Ma non lo prenderei come una "verità" definitiva su Pino Daniele. E sicuramente a chi cerca qualcosa in più consiglierei il documentario di Francesco Lettieri (visibile ahimè solo a pagamento su piattaforma). 

The End

P.s. 

Una nota extratesto sulla visione al cinema. Ho esordito dicendo che nella mia città c'è stata una moria di cinema e in parte è vero perché molti sono passati al circuito del cineforum ma altri hanno proprio chiuso i battenti sopravanzati dalle multisale che però sono in provincia. 

Allora, sono contento che in pieno centro sia rimasto un cinema come si deve anche se è dovuto diventare una multisala anche lui, ma vabbè. 

Però, cavolo, starò pure diventando vecchio e rompicoglioni ma non sopporto che la visione del film (per 4 ricchi euro) venga disturbata da una stronza seduta a due posti alla mia destra che nella seconda parte del fim ha tirato fuori il cellulare ogni dieci minuti per controllare l'ora (io il mio l'ho spento, stronza, e se ti annoi, ti alzi e te ne vai) e dalle luci intermittenti,  di un forse sistema di antincendio, sparse su tutto il soffitto della sala che rovinano la visione.  

Ma così è se vi pare e se non vi pare tanto è uguale.




domenica 25 ottobre 2026

Ma come passa il tempo? L'abbiamo finita con 'sti film di Woo o no?

Ero convinto di aver postato qualcosa su Hard Boiled di J. Woo, e invece rileggo il blog e non c'è nulla!

Ero anche convinto di aver scritto qualcosa poche settimane fa, e invece l'ultimo post è del 3 ottobre! 

Ero convinto...ma se oggi ne abbiamo 25 e l'ultimo post è del 3 ottobre significa che sono passate solo 3 settimane (o già tre settimane!). Ma allora sì che sono passate delle settimane.

Ero convinto, ma chissenefrega. 

Dunque, l'ultimo film di Woo visto è Once a Thief del 1991.

Diciamo che non è tra i suoi migliori, ma bisogna vederlo comunque. E' un misto di azione, commedia (con umorismo di Hong Kong evidentemente, quindi non è che si ride a crepapelle, almeno non in occidente) e suspence.

Ci metti anche un minimo di colpo di scena che però secondo me è telefonato, insomma si può dire che sia l'heist movie di Woo (che il "mission impossibile 2" non lo considero nemmeno un heist movie, o sbaglio?). Boh.

Vabbé.

Non voglio essere cattivo ma non è tra i suoi migliori e a me ha dato l'idea di un esperimento, della serie proviamoci, proviamo a prendere un'altra strada e ci allontaniamo per la tangente dai filmoni precedenti. E però mi sa che si è accorto che l'esperimento non gli è andato se poi l'anno dopo tira fuori Hard Boiled (1992). 

E qui, con Hard Boiled, la prende in pieno. Bum. Superfilm. Super Woo. 

E qui giù di brutto con sparatorie, azione, battute e colpi improvvisi. 

Non mi dilungo, perché è inutile. Dico solo che senza Hard Boiled non avete visto nulla di Woo e tenetevi pure le colombe bianche di Tom Cruise (ogni riferimento a mission impossible 2 è puramente voluto). 

Allora stiliamo una personale classifica dei film visti di Woo, del periodo Hong Kong (sia chiaro, niente Hollywood in questa classifica), in ordine di piacere: 

1. The Killer

2. Hard Boiled

3. A better tomorrow

4. Bullet in the head

5. A better tomorrow 2

6. Once a Thief

E' discutibile, ok? Ma io l'ho detto che è personale. 

E ok, l'abbiamo finita con i film di Woo.

Per ora...


sabato 3 ottobre 2026

The Killer di J. Woo

 Ok, è passato qualche giorno.

Il film l’ho visto su dvd, preso in prestito in biblioteca. Ho dovuto riesumare la mia xbox 360 per vederlo, perché se no, chi li vede più i dvd?

È già che c’ero ho ripreso dalla cantina due giochi ( due gioconi in realtà): Halo combatte evolved (versione rimasterizzata per xbox 360) e Grid autosport. 

Sono ancora lì, non so se riesco a farli andare, ma mi piace l’idea che ci siano e siano lì disponibili.

Allora, sto film?

È John Woo all’ennesima potenza.

Azione, separatori, delinquenza, omicidi, romanticismo, ancora sparatorie, guardie e ladri, amicizia.

C’è tutto il cinema di Woo. 

Per gli appassionati è imprendibile. Ma è ovvio che un appassionato di Woo non se l’è mica perso.

Prossima visione: Once a Thief.


 



venerdì 18 settembre 2026

Wasabi - attento a cosa mangiate

Sabato scorso un mal di testa feroce mi ha tenuto rincoglionito tutto il giorno.

Sono andato a letto presto per recuperare il sonno e per cercare di mettermi in sesto per la domenica, risultato: alle due e mezza di notte occhi aperti sbarrati.j

Allora mi sono messo sul divano e ho acceso la TV mettendo in conto di addormentarmi fino alla mattina. 

Ho scelto quindi una piattaforma e volendo rivedere l'inizio di Wasabi di Krawczyk, alla fine l' ho visto tutto.

Allora, non so perché all' epoca, circa vent'anni fa non mi fosse piaciuto. Ma ricordo che quasi subito mi aveva annoiato. Invece adesso no.

Sicuramente, poi, la sequenza iniziale fa sbellicare dalle risate, ma alla fine anche  tutto il resto non è da buttare.

Ok, è un filmetto senza troppe pretese, un mix di azione e commedia, con spruzzate di buoni sentimenti, con trama poco probabile e un tutto un po' prevedibile e scontato, ma alla fine il cast fa il suo ( soprattutto Reno, perfetto nella parte) e se non si sta con il radar del critico acceso, ci si gode il film.

Quindi, diciamolo pure, va bene pure per le famiglie.

Rivalutato.

sabato 12 settembre 2026

Bullett in the Head di J. Woo

Fino a qualche tempo fa, cioè fino a quando non ho preso in prestito il dvd in biblioteca, ero convinto che il titolo fosse: "A bullett in the head". 

"E chissenefrega", direte voi. 

Avete ragione.

Allora, questo film é la pietra angolare del cinema di Woo. Diciamo che è un must, un classico, o un cult movie, fate voi. 

Io dico che bisogna vederlo e mi dispiace che ne esistano più versioni (almeno così dice wikipedia). Io penso di aver visto quella "Dvd", ma non ho approfondito (ovvio che il film era su dvd, ma il tipo di versione potrebbe essere diversa.)

Sempre su wikipedia si legge che doveva essere il prologo al dittico di A better tomorrow, in pratica un A better tomorrow 3, che Woo doveva fare ma che in seguito a contrasti con T. Hark ha dovuto lasciare a quest'ultimo. 

I collegamenti tra Bullett e Tomorrow 3 ci sono eccome. Intanto entrambi sono ambientati in Vietnam. E poi c'è una scena, purtroppo tagliata/censurata in cui i due protagonisti dovevano bere un bicchiere di pipì con la pistola puntata alla testa, proprio come racconta Chow Yun-Fat in un memorabile dialogo nel primo film della serie.

Ok, detto questo, ma quale è la morale del film? 

Boh, a me sembra che da una parte il consiglio sia "fatevi i cazzi vostri che vivrete a lungo", dall'altro sembra che sia "meglio soli che male accompagnati". In ogni caso non è certo un'ode all'amicizia, visto che in questa storia è solo causa di problemi. 

O forse la morale è che il mondo, la società o l'avidità sono più forti dell'amicizia e della purezza dei sentimenti. 

Non lo so. 

Comunque il titolo non è casuale e lo si scopre alla fine del film. 

Consigliato agli amanti della filmografia di Woo.

Che se sono veri fan, il film lo avranno già visto.


mercoledì 9 settembre 2026

Nonno questa volta è guerra

Sono sempre d'accordo con il tradurre i titoli, ma che si faccia con criterio.

O quanto meno si rispetti la grammatica: dopo "nonno"avrei messo la virgola.

E comunque il titolo originale è "the war with grandpa", che letteralmente si dovrebbe tradurre "la guerra con il nonno", che ha anche senso perché è una guerra nuova, mica una continuazione di qualcosa che c'era prima (...questa volta è guerra...questa volta de che?)

Detto questo faccio una recensione per punti:

1. Visto sulla piattaforma in famiglia perché cercavamo un film da vedere tutti insieme la sera, quindi niente violenza, sesso et simili;

2. Il cast è figo, basta pensare  solo a De Niro;

3. Ma perché De Niro si è ridotto a fare sto film?

4. Ho passato tutto il film a pensare che la mamma del protagonista assomigliasse in modo incredibile alla Thurman. Pazzesco, ho pensato che fosse una somiglianza incredibile soprattutto in certe espressioni del volto. Poi ho pensato ma chi è questa attrice non l' ho mai vista. Poi ancora, cavolo ma potrebbe veramente fare la sosia della Thurman, è uguale! 

5. Ho scoperto su Wikipedia che era la Thurman.

6. Ci sono i serpenti. Io odio i serpenti. Avrò gli incubi.

7. Poiché non dormivo, per gli incubi, ho pensato al film e ho capito perché non funziona.

8. Non funziona perché il nonno è buono. Secondo me avrebbero dovuto rendere il personaggio in vero stronzo, allora sì che il film avrebbe avuto senso.

9. Avrei caricato di più sullo slapstick cioè avrei messo di più dispetto tra i due contendenti, e avrei reso il nonno più stronzo.

10. Poteva essere un film divertentissimo, da scompisciarsi dalle risate, ma non è stato così. E poi potevano metterci la Thurman e non la sosia...ah, no, è vero, era lei. Allora togliere quei cazzo di serpenti.

Ok. Ho detto tutto. 

Ciao




venerdì 4 settembre 2026

C’era una volta in Cina (Once upon a time in China)

Ok, Non è l’inizio di una favola per bambini, ma la traduzione del trittico cinematografico di Tsui Hark sule vicende molto romanzate di un personaggio realmente esistito: Wong Fei-Jung, medico e artista marziale cinese vissuto in Cina a cavallo tra 1800 e 1900. 

Diciamo pure senza tema di smentita che non c’è nessun intento biografico o storico, ma che il tutto è un pretesto per rappresentare scene di lotta ben coreografate (il ruolo del protagonista è affidato ad un imberbe Jet Li fresco di studi Shaolin e perfettamente a suo agio nel ruolo) e scene in costume che celebrano la cultura cinese tradizionale. Il tutto accompagnato dalla insistente colonna sonora, che seppure non parlate il cinese vi entra in testa per forza, e che è anche una canzone molto famosa in Cina Video)

Diciamo quindi che si tratta di un film per appassionati di arti marziali, ma propio appassionati, perché secondo me ce ne sono di migliori. Io non lo sono, cioè mi piacciono ma non ne sono un fanatico e quindi mi dispiace, ma non ho retto. 

Li ho visti tutti e tre, ma a fatica. E ne riconosco la qualità, per carità, ma sarà pure la traduzione o il doppiaggio, sarà la distanza culturale, ma a me l’alternarsi di scene pseudo comiche, personaggi balzani e kung fu (fatto bene ma anche impossibile) mi ha un po’ annoiato. 

Concludendo, la trilogia è :

Promossa per il kung fu, Jet li, le coreografie in costumi d’epoca e la colonna sonora.

Bocciata per l’humor patetico, la recitazione degli attori occidentali (che ci sono e guarda caso interpretano i cattivoni) e il ritmo generale a mio parere discontinuo.

Comunque, Io dico la mia. Poi, fate vobis.





mercoledì 2 settembre 2026

La zona grigia (In the grey).

Due cose possiamo dire senza tema di smentita su G. Ritchie: la prima è che sa raccontare una storia rendendola avvincente, la seconda è che sa come girare un film di azione.

Per la prima si può dire oramai che sia una questione di stile. Lo potremmo chiamare lo "stile Ritchie". Quel andare avanti e indietro con la narrazione, aprendo e chiudendo parentesi, che mantiene il ritmo costante e sempre sull'attenti (e che a me piace da matti). 

Per la seconda bisogna dire che non è da tutti. In un film di genere devi saper beccare le giuste inquadrature, devi cioè sapere dove mettere la macchina da presa facendo capire cosa succede e contemporaneamente rendere il pathos. Non tutti ci riescono.  Lui sì, ed è un piacere vederlo.

Nota sulla traduzione.

Non hanno tradotto il titolo, perché? In Italiano avrebbe reso meglio di In the grey, che a me non dice proprio nulla. 

Boh.

lunedì 24 agosto 2026

Guardaaa, la cittààà...

Ok Vasco Rossi non c'entra.

E non c'entra nemmeno la città. Perché "The Town" di Affleck è il diminutivo di Charlestown, un quartiere di Boston, dove si svolgono le vicende del film. 

Rivisto sulla piattaforma. O meglio, finito sulla piattaforma. Sì, perché l'avevo iniziato tempo fa e sinceramente non ricordando il finale, non ricordo nemmeno se l'avessi portato a termine all'epoca. 

Boh.

Comunque è un bel filmetto di azione sulla malavita bostoniana, con romanticismo annesso, che poi è il succo della vicenda. 

Non è un capolavoro perché già a metà lo capisci come va a finire, ma ci sta, e nel complesso si lascia guardare. 

Il ritmo è serrato, il cast è molto buono, la messa in scena c'è, comprese le scene d'azione che sono ben girate. 

Sono stato a Boston nel 2008 e non ho riconosciuto la città in un singolo fotogramma, se non una vaga impressione di deja vù nelle sequenze a Nort End (il quartiere degli italiani di Boston), dove ero stato all'epoca e dove comprai una maglietta con bandiera italiana e la scritta "North End Boston" che ancora indosso. Segno che non ho preso troppi chili da allora (vabbè non ci esco, la uso solo per stare in casa, come svariate altre magliette). Ma probabilmente sono io che ho visitato altre zone, più fighette.

Che dire alla fine? Dura due orette ma se ne vanno alla svelta. 

Consigliato.

giovedì 20 agosto 2026

La corsa dei Bischeri

Non sono sicuro che sia la traduzione corretta di "Corida Dos Bichos" film brasiliano di fantascemenza distopica diretto da Jade Sassarà, infatti il sottotitolo italiano è "la legge del branco", che però non c'azzecca un'acca.

Però il senso è quello. 

In un futuro non precisato, in una Rio de Janeiro in cui l'oceano si è seccato a causa di boh (in pratica quello che sarà in Italia tra qualche giorno se 'sto ca**o di caldo non finisce), dei poveracci, competono in una gara di corsa tra le strade della città, cercando di eliminarsi a vicenda (o a Vicenza, se siete veneti) tra colpi di brazilian ju jitsu e parkour, ovviamente per divertire il solito gruppo di viziosi e corrotti riccastri e e far perdere il denaro ad altri poveracci illusi di cambiare la propria vita sperperando i pochi soldini con le scommesse. 

Questa è la storia. Sì vabbè, poi si potrebbe aggiungere il cattivone di turno, che poi sono due (o forse uno e mezzo). Poi la tipa riccastra ma dal passato povero che vuole redimersi e sfidare il sistema e fare incazzare il marito. Il bel protagonista, ribelle e campione che non vuole correre ma è costretto a farlo...insomma il solito. 

Allora.

Ci ho messo tre giorni a vederlo sulla piattaforma, addormentandomi due volte e con il caldo svegliandomi pure sudato (con il rischio di ammalarmi andando nell'altra stanza dove c'è l'aria condizionata...) Però, io sono io, pertanto non mi sento di bocciare tout court il film.

Diciamo che, ad essere un po' severi, c'è solo l'idea della corsa a piedi e di qualche mazzata qua e là (ma nemmeno tante), un po' di belle brasiliane (ma nemmeno tante, purtroppo), poi per il resto non c'é granché. 

Per carità si può vedere ma non lo metterei in cima alla lista. 

C'è anche Rodrigo Santoro che ha recitato in "Focus", quello con Smith e la Robbie. 

Ho passato una buona parte del film a chiedermi dove l'avessi già visto questo...poi l'ho capito, e ho detto: ah, ecco.

Basta.

mercoledì 19 agosto 2026

Il terzo film

Ma allora 'sto terzo film arriva o no?

Tranquilli, eccolo.

Spiderman: brand new day

Allora, che dire sull'Uono Ragno?

Diciamo che preferisco Holland ai precedenti, ma capisco che sono gusti.

Per carità, il primo Spiderman quello con Maguire, se non sbaglio era diretto da Sam Raimi, e quindi nulla da dire. E ammetto che i due film con Garfield li ho saltati a piè pari senza vergogna, ma a me sembra che Holland sia più nella parte.

Questo è un film godibile, dal buon ritmo. La storia tiene, non ti accorgi del tempo che passa. E sicuramente è migliore del precedente che a parte l' improbabile union dei tre attori, non mi era sembrato abbastanza palloso.

(Per intenderci: ho provato a rivederlo di recente proprio in preparazione di Brand new day ma non ha superato l' indicatore di qualità napvalica....

Cioè?

Cioè mi sono addormentato sul divano.)

Dunque. Mi aspettavo sicuramente di più sul rapporto tra lui e MJ perché sono un inguaribile romantico in fondo ( molto in fondo, sia chiaro). E invece niente, o meglio sì, va bene, l' argomento viene affrontato ma non è centrale 

( e cmq provate a notare ad un certo punto se non le hanno fatto dei riflessi rossi nei capelli...no, dico si vede chiaramente che si ispira alla Mary Jane Watson originale)

Diciamo che è uno Spiderman più maturo rispetto ai precedenti, anche perché sono cresciutelli gli attori e non si poteva fare altrimenti.

Ecco, buona dose di pop corn e bibite zuccherate (a prezzi scandalosi, è una vergogna!) e concedersi un sano relax 

Ciauz






lunedì 17 agosto 2026

Tranquilli c'è un nuovo supereroe a St.Roma

Ok. Ecco il secondo film della triade. Il secondo della piattaforma. 

A breve arrivo con quello visto al cinema, quando? Chissà, del domani non v'è certezza...

(No, vabbè domani, forse...)

Allora, The Toxic Avenger...

visto per caso perché proposto tra gli ultimi in bella mostra su piattaforma. Il nome mi diceva qualcosa e infatti è una riedizione ( o reboot se volete fare i fighi), di una serie di film della Troma (casa di produzione di b movies di genere e sottogenere sci-fi e horror). 

Che dire ? 

Guardabile. Cioè non è nulla di nuovo ma ci sta. 

È un po' la parodia dei film sui supereroi, come se ne sono già viste, ma il ritmo tiene senza problemi.

Il tutto in stile Troma, cioè mostri schifosi, splatter dove ci vuole e altre amenità.

Anzi, dico di più: lo preferisco a certe assurdità in cui i cattivoni sono talmente sopra le righe da essere stucchevoli. 

Qui invece la messa in scena non è fumettistica o peggio ancora grottesca, come se ne sono viste a fiumi in produzioni in cui sembra che esagerino i caratteri quasi a nascondere la vergogna di abbassarsi a recitare in film di serie b, e bisogna dire che un onesto Kevin Bacon stronzeggia il giusto mentre Peter Dinklage si adatta al ruolo dello sfigato a pennello. 

Insomma, se siete sul divano e avete una buona scorta delle vostre schifezze preferite, ci passate la serata tranquilli.

Iqn superato in pieno.


domenica 16 agosto 2026

Cena di classe

 Ho visto tre film questo fine settimana, due sulla piattaforma è uno al cinema. Sarei tentato di parlare di quello visto al cinema, che è anche il più recente, ma per dovere di cronologia parto dal primo dei tre.

Cena di classe di Mandelli.

E bravo Nongio, ci hai preso. 

Per chi non lo sapesse o non lo ricorda, Mandelli esordì in tv in una trasmissione condotta da Pezzi (e Morgan, se non erro), sulla oramai defunta MTV Italia, interpretando l’ospite fisso, il “Non giovane”; evidente parodia di un ragazzo giovane anagraficamente ma non mentalmente.

Poi negli anni ha fatto altre cose, ma qui non ci interessano.

Insomma, io sono un po’ restio a vedere i film nostrani perché mi sembra che vadano soltanto due generi, il “comico-farsa” è il “drammatico tristo dalla recitazione sussurrata”. 

Forse è meglio dire che producono solo due generi e non capisco perché. O forse sì, diciamolo, perché si sono mangiati tutti i soldi e sanno che con quei due rientrano nella spesa. Produttori di merda!

Insomma, io il comico farsa non lo guardò per principio, perché non sopporto che prendano l’attore comico della tv del momento e gli ritaglino attorno un film debole con attori poco più che professionisti. Del drammatico tristo nemmeno a parlarne, perciò…

Dove lo collochiamo questo “cena di classe”?

A metà tra i due. Sì, è un po’ ingenuo, parte commedia, vira sul comico, poi sul “come eravamo”, poi tocca momenti di suspense e poi torna indietro, in bilico sull’assurdo. 

Però si lascia vedere. 

Cioè se prendo la mia severità come metro di giudizio, la stessa che mi fa aborrire la visione dei film di Zalone, allora il film supera l’esame in pieno. 

Non so se è un prodotto esportabile perché una certa ingenuità rimane: vedi l’evidente ispirarsi a Notte da Leoni.

Ma tutto sommato mi sentirei dì consigliarlo, giusto per togliersi lo sfizio, o quantomeno non direi di non vederlo, insomma, direi di dargli una possibilità.

Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole.

Ciao belli.




sabato 15 agosto 2026

The Surfer

15 agosto! 

Ma finirà o no 'sto caldo? Sono anni ormai che il mio inno estivo è "Odio l'estate" di Bruno Martino (che stile ragazzi, avercene di cantanti così). 

Allora se uno odia il caldo deve vedere per forza The Surfer . 

Al cinema me l'ero perso ma per fortuna la solita piattaforma entra in mio aiuto, ed eccoci qui. 

Diciamo che non gli è stata fatta tanta pubblicità, forse perché è un genere di film poco battuto dai più o forse per mere questioni di budget. Non lo so. 

A proposito, il regista è Lorcan Finnegan, lo stesso che ha diretto quel Vivarium che mi è riuscito a rendere Eisenberg simpatico. Ma vabbè.

Insomma, io The Surfer non l'ho capito. No, lo dico onestamente. O non lo capisco io (che è l'ipotesi più probabile), oppure non se ne capisce il senso a prescindere perché ci sono troppi piani e generi e che si intrecciano e la trama se ne va per conto suo.

E' un dramma famigliare? Un uomo vuole surfare con il figlio in nome di un passato idealizzato che non tonerà più.

E' un thriller / horror? un gruppo di soggetti gli si para contro e lui invece di alzare i tacchi resta lì imperterrito. 

E' un poliziesco? Ma solo per pochi minuti.

Ad un certo punto la storia prende una piega e pensi: "Ah, sì. Ho capito dove vuole andare a parare. Bello!". 

No. Perché la storia prende un'altra strada. 

Non ho capito, mi dispiace. Comunque solo Cage può recitare personaggi simili. Ha il phisique du role del folle. Di quello che impazzisce, dell'autolesionista vittima degli eventi.

Ad un certo punto lo vuoi vedere solo per capire come va a finire. 

Domanda: 

Si può a tal proposito creare una categoria di film che li guardi solo per capire come finiscono? Cioè, dovremmo coniare un termine per etichettare quei film che ti fanno dire: "Vabbè, andiamo avanti così almeno sappiamo come finisce."

Insomma, arriviamo al dunque. 

Se lo volete vedere, giusto per smentirmi a me sta bene. Non mi offendo. Magari me lo spiegate perché pure, per favore. 

Ciao

venerdì 14 agosto 2026

The Odissea di Nolan (tranquilli, non si spoilera nulla qui…)

 Il the è d’obbligo quando parliamo di un film come questo. 

Sì perché non è l’Odissea di Omero, ma quella di Nolan. E se lo capite va bene, se no fate la fine di quel professore de “Il collegio” (il programma tv), che mi dicono che l’avrebbe definita, citando Fantozzi, una “cagata pazzesca” . 

Non sono d’accordo.

Per me è un film da vedere. Non è perfetto e qualche sbavatura c’è, ma lo consiglierei senza dubbio.

Vi posso dire cosa non è è in parte l’ho già detto. Non è un Peplum o film in costume, come se ne facevano una volta. È un kolossal, sì. Ma dei giorni nostri. È se non vi va bene è affare vostro.

Non è una trasposizione dell’Odissea e quindi non è un film didattico che vi insegna la storia originale, se volete quella dovete leggervi il libro (se avete coraggio…) o magari vi andate a rivedere il film con Kirk Douglas del 1954 Qui

Insomma è un film che prende spunto dal viaggio di Ulisse, ne ripercorre gli episodi essenziali e lo fa anche fedelmente, ma poi vira verso un altro scopo che è quello del regista di raccontare l’origine del nostro tempo.

Se l’Odissea è un’opera fondativa della nostra cultura, se cioè il viaggio di Ulisse è uno degli eventi da cui origina il nostro tempo, allora Nolan decide di dirci da dove veniamo e quale è il nostro peccato originale.

È c’è lo dice in modo molto chiaro: abbiamo violato la legge di Zeus.

(Cos’è? No, ti vai a vedere il film, mica te lo spoilero…)

Ulisse è per Nolan l’uomo che genera il nostro mondo. Il primo distruttore di un’epoca passata, la sua, che non tornerà più indietro. È nel nostro mondo la legge di Zeus è scomparsa. 

Andate a vedere a Ceuta se la rispettano…

E questa è l’idea politica del regista, che è pure sceneggiatore e quindi si può dire senza tema di smentita che il film è suo, in tutti sensi.

Poi per il resto se vogliamo parlare di attori è messa in scena è montaggio e tecniche varie a me sembra tutto ok. 

Mi sembrano tutti nel loro ruolo. Magari il buon Will Huning non ha lo sguardo paraculo che mi immagino debba avere Ulisse, ma vabbè ci sta. Magari Elena di Troia non è la strafica che fa impazzire tutti, ma pure quello non è un problema. In fondo è un’idea più che una donna in carne ed ossa e non è possibile rappresentarla nemmeno con Miss Universo. Poi io ci avrei messo Charlize Theron da giovane a fare Elena, perché pure sulla cinquantina, secondo me ci si avvicina.

Comunque, se volete ve lo vedete e ne godete, e se no lo stesso sopravvivrete.

That’s all folks!


domenica 9 agosto 2026

Avete voluto il caldo e ora ve lo cuccate tutto!

Il titolo di questo post dice tutto. 

Quante volte negli ultimi mesi vi siete lamentati del brutto tempo, del freddo e dei temporali? 

E quelle volte in cui avete detto: "Non vedo l'ora che arrivi l'estate...". 

Eccovi accontentati! 

Meteo

giovedì 16 luglio 2020

Indice di Qualità Napvalica

Sono lontani i tempi in cui riuscivo a godermi prima e seconda serata davanti alla Tv. 

Già da alcuni anni mi capita di addormentarmi sul divano e di perdermi buona parte della visione di film, serie e spettacoli vari. Spesso poi mi sveglio nel mezzo della visione e, se posso, cerco di tornare indietro fino all'ultimo punto che mi ricordo di aver visto; quasi sempre mi riaddormento. 

Alla fine, quando vado a letto, mi chiedo: era un bel film ?

Volendo quindi fare di vizio virtù, ho messo a punto un sistema di valutazione della qualità di film, serie o spettacoli vari, che si basa sia sul tempo di visione e sia sul numero di interruzioni. 

L'ho chiamato Indice di Qualità Napvalica o abbreviato IQN. 

L'assunto è che la qualità del film (serie o spettacolo...) è direttamente proporzionale al tempo di visione e inversamente proporzionale al numero di interruzioni. 

Qui sotto la spiegazione per chi vuole, per gli altri buona notte. 
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COME SI CALCOLA:

IQN = t1 - t0 / 1+ k 

Dove: 
IQN = indice di qualità napvalica (dovreste saperlo già, se siete stati molto attenti finora); 

t1= tempo in cui avviene l'interruzione o tempo effettivo di visione calcolato in minuti 

(ad esempio: se mi addormento dopo 30 minuti dall'inizio, sarà: t1= 30);

t0= tempo zero o di inizio del film/spettacolo 

(è sempre uguale a zero perché è il momento di inizio della visione; è ovviamente inutile perché è sempre uguale a zero, ma mi piaceva metterlo: che cavolo mica è matematica, è Napval!);

k = numero di interruzioni, cioè il numero di volte che mi addormento durante la visione 

(al denominatore ho messo "1+k" per evitare i casi in cui non essendoci interruzioni si abbia il denominatore uguale a zero. Visto che precisione? Non ho fatto lo scientifico mica per niente, nèh!); 
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E' ovvio che non pretendo che questo indicatore sia esaustivo di tutta la valutazione qualitativa di film o simili, né che sia affidabile, in quanto fortemente influenzato dalle mie condizioni fisiche al momento della rilevazione. Per questo, a volere essere onesti bisogna concedere almeno due possibilità ai film, se è possibile cioè se sono registrati, in modo da evitare quelle valutazioni in cui si è troppo stanchi e ci si addormenterebbe comunque.

Ecco, magari non sarà apprezzato da tutti, ma volevo comunque dare questo contributo all'umanità.

Confido che l'umanità accolga questa iniziativa come tutte le altre mie precedenti: con adorante devozione.

Adieu!



lunedì 13 luglio 2020

Non scrivete così!

Dopo aver letto la biografia di Labranca ho acquistato il libro di C. Giunta "Come non scrivere"(Utet, 2018). 

E per inaugurare il nuovo lettore che MCA mi ha regalato per celebrare il mio 42° genetliaco ho scelto la versione digitale ("E 'sti cazzi", mi si dirà giustamente).

Cercavo un manuale che mi aiutasse a scrivere meglio, che mi aiutasse ad avere uno stile più curato, meno piatto e possibilmente ad evitare strafalcioni.

Ho trovato molto di più. 

Quello di Giunta non è solo un testo molto chiaro sullo scrivere correttamente ma è anche un'analisi di come noi italiani scriviamo e purtroppo pensiamo. 

La lezione che si impara da questo libro è che scrivere male porta a pensare male; dove per male intendo in modo oscuro, artefatto e volutamente ricercato, o come direbbe Labranca (che qui viene pi
 volte citato): da cialtroni. 

Perché purtroppo e questo un difetto della nostra nazione: l'essere dei cialtroni, che quando scrivono, parlano e ahimè pensano, lo fanno come dei contadini che si vestono con l'abito della festa (per usare una metafora presente nel libro), ma che nel profondo restano dei villici (questo lo dico io).

Mi viene in mente Moretti quando in Palombella Rossa urla: "Chi parla male, pensa male e vive male!". Ecco appunto. 

La metafora del contadino vestito a festa può pure essere offensiva, ma è molto chiara. Non è certo Giunta a dirlo per primo. Lui stesso cita altri predecessori quale ad esempio Calvino, che parlava di "antilingua". 

Che cos'è l'antilingua? E' un modo di usare la lingua italiana che si rifiuta di chiamare le cose per quello che sono. Insomma un uso che rifugge sdegnosamente da qualsiasi riferimento a connotati reali o materiali. Una filosofia perversa che fa della ricercatezza, dell'arzigogolo, della perifrasi artificialmente dotta, un punto d'onore. E' un'idea di eleganza a discapito della comprensibilità; ma appunto è solo un'idea cioè un supporre che chiamare le cose, e sopratutto gli oggetti materiali, con il loro nome, sia uno svilirne lo status. 

Pura stupidità. 

Il dramma di noi italiani è che noi scriviamo così perché pensiamo così. La causa e l'effetto si rincorrono a vicenda. Noi crediamo, da buoni villici, di essere in difetto se non ci ammantiamo di un artificio linguistico che ci fa sembrare falsamente nobili. Pensiamo che per dire una cosa la si debba dire con ricercatezza a cui contrapporre la presunta bassezza della lingua comune. E poiché tutto questo lo si insegna già dai primi anni di scuola risulta evidente che più in là si va con gli anni e più le cose peggiorino. 

Mi viene in mente questo esempio tratto dall'esperienza personale ma che credo sia comune a molti: se dobbiamo prendere il treno, dobbiamo prima comprare il biglietto. Si badi bene, il biglietto! Se andiamo in stazione troveremo un ufficio con una grande insegna in cui c'è scritto: biglietteria. Oppure delle macchinette automatiche in cui si possono acquistare i biglietti. Oramai da tanto tempo, poi, se vogliamo farlo da casa, possiamo comprare il biglietto sul sito internet. Cosa compreremo? Ma il biglietto, è ovvio! Detto questo, perché quando andiamo in stazione troviamo scritti dei cartelli in cui si avvisano i viaggiatori che prima di salire in carrozza bisogna "munirsi del titolo di viaggio"? Perché non si può semplicemente chiamarlo "biglietto", come Dio comanda? 
Il motivo è semplice. Perché biglietto è un termine troppo materiale e quindi senza dignità. E forse anche perché stiamo parlando di una norma e le norme devono avere un tono imperativo ma soprattutto, per la perversione di cui sopra, non possono essere scritte nell'italiano comune, troppo basso, troppo popolare. Le norme sono superiori all'uomo pertanto vanno scritte in una lingua superiore. Ed è assurdo perché invece le norme devono essere chiare, inequivocabili e soprattutto comprensibili, se no non servono a niente. 

Ma quello della scrittura delle norme è solo un esempio. Giunta ne riporta altri, e sono particolarmente gustosi quelli che esamina in appendice.

In conclusione, penso che sia un'ottima lettura, un po' per tutti. Il tono è molto diretto e il messaggio è molto chiaro. 
Ma al di là del contenuto esplicito, tra le righe vi è l'invito a fare una sana autocritica; un invito a chiedersi se il proprio modo di comunicare sia comprensibile o no. 

E questo certamente non fa mai male. 


FINE

martedì 23 giugno 2020

Le alternative non esistono: Labranca è vivo.

E' più di un giorno che mi frulla in testa l'idea di questo post. Penso all'incipit, a come proseguire, a come argomentare. Troppi pensieri, troppo caos. E' anche un post disonesto perché tratta di un libro che non ho ancora finito di leggere ma non riesco a resistere: l'impulso è troppo forte.

Così lo metto giù e basta, così come viene. 

Come quando qualche giorno fa ho letto su un quotidiano la recensione del libro di C. Giunta "Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca" (Il Mulino, 2020). Appena terminata la lettura dell'articolo ho sentito la necessità di acquistarne una copia e mi sono recato appena ho potuto presso una delle principali librerie della mia città incredulo sulla possibilità di trovarne una. Sono stato fortunato e una copia c'era (l'unica?) e mi sono anche chiesto che tiratura e quali acquirenti potrà mai avere un testo del genere. 

Di Claudio Giunta, professore universitario di letteratura e collaboratore di quotidiani e riviste non avevo letto nulla se non due pregevoli articoli su Internazionale in cui aveva coraggiosamente definito Lo Sgargabonzi (alias A. Gori) "il migliore scrittore comico italiano". Quando ho realizzato che si trattava di quel Giunta che scriveva di quel Labranca non c'è stato nulla da fare, l'impulso all'acquisto si è tramutato in brama. 

Ma due sono i motivi originari che mi hanno fatalmente indotto alla frenesia dell'acquisto. 

Il primo è che quando circa quattro anni fa lessi la notizia della sua morte (quasi fortuitamente, dato che non gli vennero dedicate molte righe sui giornali), ci rimasi male. Ci rimasi male come può rimanerci male un fan, o un sostenitore, insomma uno che alla fine si prenderebbe la libertà di dare del tu ad un idolo incontrato per la strada, basandosi sulla falsa presunzione di aver instaurato con lui una qualsivoglia relazione solo per il fatto di averne letto con avidità le opere. 
Eppure se ci penso, e più procedo nella lettura del libro di Giunta me ne convinco, se avessi incrociato Labranca dal vivo, se avessi avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere con lui, non ne sarei uscito bene e molto probabilmente lo avrei schifato, e per ignoranza (la mia) e per incapacità dialettica (sempre la mia, ovviamente). Il fatto è che Labranca era per me una di quelle voci remote che Giunta definisce ottimamente come "un gruzzolo di esseri umani lontani, nel tempo o nello spazio, con cui conversare". Sicuramente, nel mio piccolo, condivido con Giunta questo patrimonio. 

Il secondo motivo è un po' intimo, se mi si concede il termine. E' il fatto che le letture di "Andy Warhol era un coatto" (1994), "Estasi del pecoreccio" (1995) e "Chaltron Hescon" (1998), mi rimandano con la memoria ai tempi del Liceo, negli anni più vulnerabili della mia giovinezza, quando una mattina di un mese imprecisato, il professore di Filosofia si presentò in classe brandendo il primo volume di cui profferì un'entusiastica recensione che mi indusse di lì a breve ad acquistarlo e a leggerlo avidamente. Iniziai da allora a sospettare della Cultura con la C maiuscola e sopratutto dei suoi più fervidi sostenitori. Gli sarò sempre grato per questo. 

Il libro di Giunta è un tentativo romantico di sottrarre all'oblio le idee e la storia di un intellettuale scomparso prematuramente. Per quello che possa valere (molto poco, lo so) sono grato a Giunta per quest'opera. Era un'opera necessaria per non disperdere nel mare magnum il pensiero di Labranca. 

Mi piacerebbe consigliare il libro a tutti. Ma sono anche sicuro che pochi lo apprezzerebbero perché pochi purtroppo hanno letto gli scritti di Labranca e temo che a parte gli addetti ai lavori pochi si ricordino di lui (se non quelli che ne hanno un vago ricordo per le apparizioni televisive, come nel programma di successo Anima mia, che per inciso non ho mai guardato). 

Se ripenso a Labranca mi chiedo: ma questo blog è trash? Ma certo che lo è. Non perché sia "spazzatura", cioè una paccottiglia di scarso valore scritta alla bene e meglio (o bene e peggio). Ma perché è trash proprio per la definizione che ne dà Labranca. Il trash è il risultato di una fallita emulazione di un modello alto il cui esito è involontariamente comico. L'autore di trash non è consapevole dell'esito della sua operazione perché ingenuamente e sinceramente crede che quello che fa sia di valore. Anche io nel mio piccolo faccio trash. Se rileggo i vecchi post, ma ahimè anche i più recenti, mi rendo conto di aver cercato di emulare chissà quale critico letterario o cinematografico ideale senza possederne i mezzi. Siamo onesti non sono un letterato e nemmeno un esperto cinefilo. Scrivo male e le mie analisi non aggiungono nulla a ciò che già è stato scritto e detto. In più il tono è spesso impostato ma l'esito, la scrittura scialba e a volte sgrammaticata, l'errore di battitura e la chiusura del post malriuscita suscitano ad un occhio esperto tenerezza quando non ilarità. 

Cos'altro dire? Nulla. Lo faccio così. Scrivo tanto per farlo, perché mi diverte. Ma riconosco la scarsa qualità del tutto. Sono un "blogghista" della domenica.

Almeno lo riconosco e forse in per questo con me Labranca sarebbe stato pure indulgente.